La sinergia nella sperimentazione

Quando due visioni della creatività entrano in dialogo, affinità, sensibilità e approcci condivisi iniziano a emergere. Da questo scambio prende forma la prima collaborazione tra Alessi e C.P. Company. In una conversazione intima, Carlo Gasparini (Design Director di Alessi) e Lorenzo Osti (Presidente di C.P. Company) riflettono sulle eredità e sui valori condivisi dei due marchi italiani. A moderare l’incontro è Francesca Appiani, curatrice del Museo Alessi.

FRANCESCA APPIANI: Partiamo dall’inizio: quando e come sono state fondate le due aziende?

CARLO GASPARINI: Alessi è stata fondata nel 1921 a Omegna, sul Lago d’Orta. L’area non era economicamente florida, ma il clima del dopoguerra era intriso di ottimismo. All’epoca si trattava di una piccola bottega artigiana che produceva servizi da tavola in "metalli teneri" come l’alpacca e l’ottone. Oggi siamo alla quarta generazione. Negli anni '50, con la seconda generazione, avvenne il passaggio all'industria, segnato dall'uso dell'acciaio: lucido e riflettente come l’argento, ma più accessibile. Questo cambiamento richiese nuove strutture e un significativo aumento di scala, permettendoci di produrre quantità maggiori e di distribuire oltre i confini italiani. All’epoca i prodotti venivano progettati internamente dall'Ufficio Tecnico Alessi. L’idea di coinvolgere designer esterni emerse con la terza generazione, quando Alberto Alessi entrò in azienda nel 1970. Fu un passaggio difficile ma decisivo, non privo di attriti, poiché mio nonno vedeva il coinvolgimento di progettisti esterni come una mossa rischiosa. Segnò la fine di quello che potremmo definire un approccio autoreferenziale al design. Alberto aprì l'azienda a diversi contributi creativi, instaurando una pratica di mediazione culturale che continua ancora oggi. Fu allora che diventammo una "fabbrica del design".

LORENZO OSTI: Come siete riusciti a mantenere un'identità così riconoscibile pur lavorando con creativi tanto diversi tra loro?

CARLO GASPARINI: È stato grazie ad Alberto Alessi e al suo approccio costantemente aperto alla creatività, sebbene radicato in intenzioni molto chiare. Ha sempre selezionato designer e prodotti che, nonostante la loro diversità, esprimessero la stessa attitudine esplorativa. Mi piace parlare di "espressione dello spirito del tempo", che per me è un concetto poliedrico. La visione idealista suggerisce che ogni epoca abbia un unico spirito, mentre in realtà ne coesistono diversi. I designer, con tutti i loro linguaggi differenti, non si annullano a vicenda; al contrario, si sommano, arricchendo la complessità attraverso la quale leggiamo il presente.

LORENZO OSTI: La nostra storia inizia nella Bologna degli anni '60, una città stimolante e d'avanguardia dove si sentiva di poter fare qualsiasi cosa, anche senza una formazione formale. Nel 1967, mio padre seguì un corso serale di grafica e aprì una piccola agenzia di comunicazione. Entrò nel mondo dell'abbigliamento quasi per caso e, nel 1971, fondò Chester Perry, ispirandosi ai fumetti e alla pop art: linguaggi immediati che tradusse nelle grafiche delle sue prime T-shirt. Fu tra i primi ad applicare la serigrafia e altre tecniche di stampa all'abbigliamento. Senza alcuna formazione accademica, gli venne naturale sperimentare con i tessuti, utilizzando tecniche non convenzionali e creando un mix interdisciplinare di linguaggi. Credo sia esattamente per questo che le persone risposero così positivamente ai suoi prodotti: faceva cose "strane" e vedeva le cose in modo diverso. Creava effetti che incuriosivano, perché non era subito chiaro cosa fosse reale e cosa fosse stampato.

Dopo una disputa legale dovuta alla somiglianza del nome con altri marchi, l'azienda divenne C.P. Company e istituì un laboratorio interno di sperimentazione tessile. Fu lì che mio padre introdusse un'idea importante: acquistare un'unica base non tinta, confezionare i capi e tingerli una volta finiti. La tintura in capo permetteva un'ampia gamma di varianti ed esperimenti, anche in piccole serie, rendendo il progetto industrialmente sostenibile. Nel corso degli anni, tuttavia, una serie di eventi lo portò a lasciare C.P. Company. Intraprese nuove avventure imprenditoriali ma non riuscì mai a ricreare la piattaforma artigianale-industriale che aveva costruito all'interno della sua azienda. Quando morì nel 2005, come famiglia sentimmo la responsabilità di preservare il suo lavoro: nacque così l'archivio, che raccoglie capi e materiali di tutta la sua carriera. È stato attraverso l'archivio che ho iniziato a riavvicinarmi al marchio. Nel 2015, quando C.P. Company fu messa in vendita, proposi l'acquisizione a un imprenditore cinese. È così che sono entrato in azienda. In dieci anni, il fatturato è passato da 7 a 120 milioni. La formula era solida e il tempismo era quello giusto: nel nostro settore, metà della spinta deriva dal saper cavalcare l'onda.

FRANCESCA APPIANI: Due storie diverse, eppure con molte analogie, come una forte cultura del prodotto e una sorta di sperimentazione "onnivora" che alimenta l'archivio. Anche Alessi possiede un archivio molto ricco. Che valore ha questo patrimonio per le vostre aziende?

LORENZO OSTI: Per mio padre era indispensabile. Non avendo strumenti tecnici "accademici" – non sapeva fare un cartamodello, per esempio – il suo processo era trasformativo: partiva da capi esistenti e li modificava. Iniziò subito a frequentare i mercatini dell'usato alla ricerca di campioni: una necessità pratica che divenne un elemento strutturale del nostro processo di lavoro. Era solito dire: "Ogni collezione inizia con una passeggiata in archivio". Ed è esattamente così che continuiamo a usarlo oggi, arricchendolo costantemente.

CARLO GASPARINI: Questo mi fa pensare a mia nonna, che realizzò il suo abito da sposa con un paracadute. Per quanto riguarda il nostro archivio, è nato dal bisogno di ordine di Alberto Alessi. La sperimentazione incessante faceva sì che l'azienda si riempisse di disegni e prototipi nati dalla ricerca. Creare ordine aiuta a capire cosa è stato fatto, errori inclusi. La ricerca non è vera ricerca se sai già dove stai andando: devi correre dei rischi, fa parte dell'impresa. Il fallimento è essenziale per capire. Come diceva un vecchio saggio, ci sono due modi per capire le cose: o sei illuminato, o commetti errori.

LORENZO OSTI: Si commettono errori e poi si impara.

FRANCESCA APPIANI: Questo ci porta al valore dell’errore: quanto è importante?

CARLO GASPARINI: L’errore è fondamentale. La trasformazione portata da Alberto Alessi iniziò con un atto di "disobbedienza imprenditoriale": invitare degli artisti a creare gli Alessi d’après, una collezione di multipli d’arte realizzati con gli stessi macchinari impiegati per produrre vassoi e cestini. Tra questi c’era Salvador Dalí, al quale Alessi aveva inviato una lastra d'acciaio — la base della nostra produzione. Alberto e suo zio Ettore, allora a capo dell'Ufficio Tecnico, andarono a fargli visita nella sua casa di Port Lligat per vedere Object inutile, l'opera che aveva creato piegando sinuosamente la lastra e aggiungendo una molletta da bucato con un pettine al quale erano stati saldati degli ami da pesca per salmoni. Ettore disse di aver capito subito che si trattava di una provocazione, ma Alberto ne fu entusiasta e ordinò 50.000 ami dalla Norvegia per produrre il multiplo. I primi pezzi che uscirono furono un flop commerciale e mio nonno, preoccupato per le possibili conseguenze dell'operazione, interruppe il progetto. Scambiato per rottami metallici da riciclare, il prototipo originale di Dalí finì per essere schiacciato durante una pulizia dell'officina, mentre la leggenda narra che gli ami ordinati da Alberto siano ancora sparsi da qualche parte in fabbrica. In realtà, quell'“errore” segnò l'inizio del pensiero artistico all'interno della nostra produzione: un momento seminale che mise in moto il nostro successivo percorso di sperimentazione con il mondo creativo.

LORENZO OSTI: Forse un passo di troppo. Forse l'azienda non era ancora pronta a produrre arte e il design è diventato la via di mezzo. Lo stesso accadeva spesso a mio padre: progetti troppo visionari che però, nel tempo, venivano gradualmente smussati fino a incontrare il pubblico a metà strada.

CARLO GASPARINI: Archivio ed errore sono strettamente legati. La vita è una scuola che prima ti sottopone all’esame e solo dopo ti spiega la lezione. In Alessi si è accumulata una montagna quasi geologica di tentativi, che ci ha permesso di comprendere i regni della tecnica e dell’estetica.

LORENZO OSTI: Siamo perfettamente allineati su questo punto. Mio padre era solito dire che le sue invenzioni migliori nascevano dall'errore, ma poiché doveva produrre sei collezioni all'anno, non poteva semplicemente aspettare che gli sbagli si rivelassero da soli: doveva sistematizzarli. Allestì un processo industriale molto costoso per aumentare le possibilità di trovare errori. Nel tessile, il nostro settore principale, i tessuti venivano tinti in ogni modo possibile, anche in modi che sapevano essere sbagliati. Per esempio, il cotone non prende colore in un bagno di tintura per il nylon, ma loro lo facevano comunque.

Questo generava un numero straordinario di campioni. Abbiamo ancora più di 100 cestini — tra l'altro, l'unico oggetto in metallo disegnato da mio padre — pieni di prove colore che testimoniano questa sperimentazione. Tra tutti quei test, ogni tanto un tessuto reagiva in modo inaspettato — e l'innovazione partiva da lì. L'archivio conserva la memoria di questa impresa titanica: ogni campione di tessuto "tinto male" è etichettato con tutte le informazioni necessarie per riprodurlo. Una parte dell'archivio è quindi un archivio di errori.

CARLO GASPARINI: Mi rispecchio completamente in questo approccio, dove non è la tecnologia a limitare l'espressività, ma è la poesia a spingere l'innovazione tecnica.

FRANCESCA APPIANI: Sembra esserci un filo conduttore che attraversa tutte queste storie: il design come atto culturale.

CARLO GASPARINI: È un modo di pensare totale. Oggi, all'interno del sistema economico su cui si fondano le nostre attività, l'estetica è spesso ridotta a mera leva commerciale, mentre per noi è anche un modo di prendersi cura della società. Gli oggetti, al loro meglio, ci aiutano a trascendere la fisicità quotidiana e ad apprezzare l'invisibile. Ciò che si manifesta attraverso la bellezza è non-fisico: l'emozione che genera ti mette in contatto con una frequenza più alta, ed è per questo che è benefica. Ma la magia scompare quando viene ridotta alla performance economica. Le storie che stiamo raccontando sono piene di questo potere: questa capacità di metterci in contatto con profondità più tipiche del mondo artistico. Vorrei aggiungere un'ultima cosa: credo anche che gli oggetti con cui viviamo e gli spazi che abitiamo siano proiezioni materiali di ciò che abbiamo dentro. L'ho imparato da mia madre, che era psicanalista, ma anche dalla mia formazione come architetto. Progettare — così come scegliere un oggetto o un capo da indossare — dà forma ai nostri sogni, alle nostre paure e alle nostre ambizioni. Ci riconosciamo negli oggetti perché ci vediamo riflessi in essi.

LORENZO OSTI: Mi ha sbloccato un pensiero. Si è sempre detto che il talento di mio padre risiedesse nella sua capacità di comprendere il mondo contemporaneo e tradurlo nel suo lavoro, come se fosse semplicemente un tramite. La sua interpretazione è molto più interessante: si assorbe il contemporaneo, ma ciò che si mette nell'oggetto è interamente se stessi.

CARLO GASPARINI: È come il ruolo dell’osservatore nella fisica quantistica: la realtà è determinata dalla persona che guarda. Tutto è energia: ciò che chiamiamo materia è una frequenza, una vibrazione di atomi che ci dà la percezione del freddo o del caldo, della durezza o della morbidezza. Pensi alla meraviglia tattile dei suoi tessuti: non è solo fibra; è una frequenza energetica che percepiamo. L’energia investita nel creare qualcosa determina la natura dell’oggetto. Questo mi porta a un altro elemento che credo accomuni le nostre pratiche: il ruolo di mediatori culturali. Aziende come le nostre possono essere descritte come agenti culturali — portano il cambiamento per introdurre qualcosa di positivo nella vita delle persone. Le cose "strane" create da suo padre hanno scosso qualcosa: un'emozione prodotta nella dimensione fisica che permette un certo grado di trascendenza. Questo è essenziale; è un vero nutrimento.

LORENZO OSTI: Succede quando non hai niente da dire.

CARLO GASPARINI: Oppure quando hai qualcuno alle spalle così concentrato sul profitto che l’aspetto economico prende il sopravvento sul rischio legato alla ricerca. La ricerca estetica, nel nostro caso.

LORENZO OSTI: Esatto. L’obiettivo è creare qualcosa; il successo viene dopo, ed è così che la società riconosce la qualità del nostro lavoro. Oggi, invece, le cose vengono progettate attorno a un tavolo con l’unico scopo del successo economico, ma il risultato è senz’anima e di breve durata. FRANCESCA APPIANI: Ascoltandovi entrambi, percepisco anche i temi della tradizione e dell’innovazione sotto la superficie.

CARLO GASPARINI: La radice latina di “tradizione” è tradere, che significa “consegnare, trasmettere”, ed è la stessa radice di “tradire”, ma in questo caso è “trasmettere nel nemico”. Il paradosso è semplice: se fossimo davvero vincolati alla tradizione, resteremmo immobili. L’unico modo per creare una tradizione è tradire quella esistente. È una catena di eventi, un concetto dinamico.

LORENZO OSTI: Molte persone vedono tradizione e innovazione come opposte. Ma se capisci che tradizione è sia “trasmettere” sia “tradire”, il cerchio si chiude. La tradizione non è statica; rimane aperta. Questa è la logica dell’archivio: partiamo da ciò che esiste per creare qualcosa che ancora non esiste.

FRANCESCA APPIANI: Un’ultima domanda: come è nata la vostra collaborazione?

LORENZO OSTI: All’inizio ero scettico. Il mondo dei prodotti in acciaio mi sembrava troppo levigato e raffinato. Ma dopo avervi visitato, ho capito che ciò che c’era dietro era molto simile a noi. Il risultato finale è perfetto: forme pure e un materiale che conserva le impronte digitali quando viene toccato. Questi oggetti cambieranno e invecchieranno insieme alle persone che li usano: uno dei principi fondamentali di mio padre, tradotto nel metallo.

CARLO GASPARINI: Abbiamo scelto la macchina del caffè di Richard Sapper e selezionato il vassoio di Enzo Mari e le tazze di Jean Nouvel dall’archivio perché condividono la stessa frequenza estetica di C.P. Company: autentica, tecnica, radicata nella nostra cultura della lavorazione del metallo. Le tazze di Nouvel hanno anche una doppia parete, che richiama l’isolamento termico dei nostri capi. Per il trattamento superficiale volevamo il DNA di C.P. Company. Abbiamo condotto molti test, sperimentando diverse tecnologie prima di arrivare a una superficie che sembra viva, non perfetta ma, come dici tu, autentica.